31/08/10

Un pò di bene.

Aaah.

Ieri è stata una giornata assolutamente stancante e assolutamente gratificante.
Ho preso atto delle mie necessità, e dopo un bel pò mi sono decisa a concentrarmi su me stessa invece che attendere che qualcuno mi porgesse la mano per invitarmi a uscire di casa.
Un mio collega stava organizzando una visita alla cripta del frati Cappuccini presso la Chiesa dell'Immacolata a Via Veneto; avevo accettato l'invito con piacere, e aspettavo notizie. In qualche modo avevo gettato un amo indicando una data per l'incontro, salvo poi ricevere buca dalla comitiva il giorno stesso della prevista gita.
Ora, sarò poco sportiva e vecchio stampo, ma per me un ritardo, o il non presentarsi a un appuntamento sono un buon motivo per ignorare qualcuno fino alla morte: per dire, io adeguo la mia vita a te, nego del relax al mio cervello per condividere il mio tempo con te, e tu liquidi la mia premura, la mia generosità come una piccolezza da rimandare a data da destinarsi..?
Ancora, ho avuto una voglia ingiustificatamente folle di cucina cinese da Dio sa quanto; ho accettato inviti in proposito da parte di parenti e amici, che devono ancora "farmi sapere". Io non posso aspettare i vostri comodi per soddisfare le mie piccole necessità, ve ne rendete conto..? E certo, anche io forzerò me stessa su di voi, con le mie scadenze, le mie date e i miei orari, ma dannazione, è il minimo che si DEVE fare quando si VUOLE fare qualcosa, no?
Seriamente, sono stufa della mancanza di fare piani, di questa tiepida indolenza che caratterizza la capacità dell'uomo moderno di prendere decisioni.

Ok, suonerò arrogante e presuntuosa, ma personalmente non me ne frega un cazzo.
In fin dei conti siamo tutti arroganti o presuntuosi, no? E' la natura umana a farci così, a farci credere tutti unici e fondamentali solo perchè il mondo è visto dal limite del nostro punto di vista, il punto di vista di esseri finiti e incompleti.
Eh beh, io questo lo so. Lo so che gli altri hanno altre ragioni di vita oltre al compiacermi, e comprendo che l'essere ignorati o il non essere presi in considerazione in certi momenti è anche abbastanza ovvio e legittimo, e proprio per questo quando organizzo qualcosa con qualcuno IO mi dedico alla riuscita di un progetto COMUNE.

Detto questo, ieri ho esaudito questi miei due desideri, e l'ho fatto DA SOLA, ed è il motivo portante per cui sono riuscita a farlo.

Sono andata con mio padre la mattina presto a ritirare il nuovo computer (che mi sta già facendo incazzare come una bestia) come adeguatamente programmato, e appena risolta questa pratica mi sono diretta alla chiesa per la visita.
Ero priva di spiccioli per l'offerta, ma dopo mille peripezie per cambiare 5 euro sani (che hanno confermato che la gente fa schifo), mi sono apprestata alla cripta, che mi ha deluso per le ridotte dimensioni, ma sicuramente affascinato per i contenuti.
In un senso, il significato ultimo di un simile luogo non è forse quello di un secchio dell'immondizia per roba ormai inutile?
Le ossa, lo "scarto" ultimo di un corpo umano, qualcosa che non è neanche degno di essere mangiato dai vermi.
Il sito del convento utilizzava un'espressione pregna di significato in questo senso: la fede cristiana nella resurrezione è il messaggio che ha voluto trasmettere chi ha strutturato quest'opera d'arte ornamentale con questo materiale veramente povero. "Veramente povero".
C'è un motivo se le unghie o i capelli sono considerati "sporcizia" una volta tagliati via dal corpo; il corpo umano, tutto sommato, è un fastidioso ingombro, un involucro destinato alla marcescenza che permette all'anima di interagire con altre anime in questo livello di esistenza... Finchè "vivo" è uno strumento prezioso per la maturazione del nostro spirito in relazione agli altri e a quello che ci circonda, ma una volta finito il suo ciclo, è solo qualcosa di cui disfarsi.
La cripta dei Cappuccini era talmente piena di queste spoglie che non si sapeva più dove metterle. E allora perchè non usarle come "decorazione"? Utilizzare le spoglie di un defunto come arredamento di certo suona indecoroso e perverso nella nostra visione moderna e scema delle cose, ma nella contemplazione spirituale della promessa di una vita eterna, completamente perfetta, non è forse la cosa più ovvia da fare?
Mi viene in mente la plastinazione di Von Hagens e gli scandali di ordine "morale" generati dalla sua affascinante esibizione. Siamo onesti, a nessuno frega niente della dignità dell'essere umano, vedi l'entusiasmo con cui vengono accolte le sperimentazioni sulle cellule staminali, alla gente dà solo fastidio il constatare con i propri occhi la materia, volgare e facilmente riciclabile, di cui siamo composti.
A nessuno piace l'idea di morire, anche se siamo da sempre coscienti di questa inevitabile eventualità.

Il secondo desiderio esaudito riguarda la cucina cinese (e siete liberi di storcere il naso se parlo di cibo subito dopo aver parlato di cadaveri).
Dopo la visita infatti, ho gironzolato per il Centro, e ho optato per un loschissimo ristorantino vicino la Fontana di Trevi per soddisfare il mio appetito, se non altro entusiasta di assaggiare un piatto di spaghetti di soia per 4 euro, dopo aver visto i menu in zona richiedere 12 euro per una pizza Margherita.
--Ho ordinato una porzione di involtini primavera, i succitati spaghetti con maiale, patatine fritte e una bottiglia d'acqua. Ho speso 11.30 euro, e anche questo è indecente, ma se non altro ho posto fine a una viscerale necessità che languiva in me da maledetti mesi.
Tra l'altro non avevo mai mangiato gli spaghetti di soia! E' stato parecchio inquietante, appena c'ho infilato la forchetta e ho visto 'sta matassa solida di filini trasparenti stavo quasi pentendomi della scelta, ma il sapore finale era gradevole! Sono felice che la mia avversione per la soia sia finalmente terminata!

Dopo il pasto ho girovagato ancora un pò per il Centro per terminare il mio vagare da Feltrinelli. Anche lì, una piccola vendetta personale: ho letto a sbafo Musica di Mishima su una delle poltrone "di cortesia" >3> Il ritorno di Scroccodile Dae X'D !
--Uhm, non penso di recensirlo, ma è stata una lettura piuttosto inquietante! La trama in sè era molto volgare, e anche il tema della psicanalisi, ma lo stile di scrittura è sempre raffinato e "distaccato", molto Mishimesco, molto "occidentale".
Mishima è così decadente! Capisco perchè rifiuti così abrasivamente la sua natura intellettuale nei suoi scritti politici! Amo molto la dualità di questo autore... Lo sento molto affine al mio modo di essere e di sentirmi, mi piace identificarmi con lui.
Ecco perchè forse di tutto il libro il mio personaggio preferito è Hanai: il fatto che sia affascinante, impotente e così abituato alla delusione me lo rende uno spirito affine-- Adoro la sua indolenza contrapposta alla sua forza espressiva e il nervosismo di fondo!

Per chiudere la giornata, mi sono recata in un negozio di abbigliamento fetish/loli sulla Via Appia, Susie, per comprare dei corsetti che avevo visto su internet.
Ho deciso di recarmi sul posto invece di affidarmi al loro account su Ebay perchè volevo sincerarmi della qualità del materiale, delle taglie disponibili e di come mi calzassero, me soprattutto per evitare le spese postali, ahah!
Ero partita con l'intenzione di comprare un solo corsetto, alla fine ne ho presi due, uno basso, che stringe solo la vita, molto troiesco in verità, e uno alto, che sorregge il seno, molto più elegante e "vittoriano".
Sono molto felice dei miei acquisti!

Ho concluso la giornata recandomi all'appuntamento con mio padre alla stazione della metro, i piedi doloranti a causa delle lunghe camminate sui sampietrini e il cuore sazio per l'essermi finalmente concessa tutto questo bene.

19/08/10

La Spiaggia appartiene a Noi.

Insomma, l'Estate sta finendo e io ve lo dico, nel caso non l'abbiate notato.
Quest'estate per me è stata fonte di grandiose e innumerevoli tragressioni; prima su tutte, sono tornata ad andare al mare.
Ebbene sì, un'otaku con l'abbrozantura (una PESSIMA abbronzatura, tra l'altro).

Questo è quanto: visto che lavoro "outdoor" e ho una divisa a maniche corte, la cosiddetta abbronzatura 'da muratore' è stata inevitabile anche quest'anno.
Precedentemente l'ho ignorata o c'ho scherzato su, ma quest'anno mi ha dato DAVVERO FASTIDIO a livello estetico (perchè sì, sono anche un'otaku ESTETA), quindi per "rimettere alla pari" ho frequentato il buon vecchio Apollo, da sola, in compagnia, al mare o in giardino (e mhhh, il Dio del Sole è proprio esigente e rude, quando vuole!).
La mia è fondamentalmente una battaglia persa, perchè evidentemente due rampe di seguito (dicasi "rampa" un'allegra postazione del mio lavoro, ovvero starsene fuori di un aereo e fissarlo) battono una settimana di abbronzatura forzata... Ma in tutto ciò il discorso fatto con una mia commare di asciugamano regge: "Perchè io, abitante del litorale, devo starmene a casa e lasciare che questi turpi villeggianti abusino della mia location?" --E un concetto molto reazionario nonostante tutto, quindi l'approvo.
La spiaggia è mia e la frequento io; poi, se vogliono, i villeggianti possono eventualmente 'adattarsi' intorno a me.

Comunque, deliri campanilistici a parte, frequentare la spiaggia, seppur stancante, è anche rigenerante e positivo: tutto quel sole e quell'aria, beh, credo facciano bene.
L'acqua del mare fa schifo, ma ti dona il più gran refrigerio possibile, e anche quando le temperature sono assurde, la spiaggia è sempre piacevolmente arieggiata dalle correnti marine.
Davvero, avevo dimenticato il piacere di andare al mare, tutto per colpa di qualche zotico rumoroso.

Oggi, approfittando di un momento di scazzo generale sono fuggita su uno degli ultimi residui di spiaggia libera.
Ho sguazzato tra pezzi di plastica e alghe per un bel pò, e dalla posizione privilegiata del bagnante ho osservato un pò la spiaggia e le dinamiche della sua fauna.
L'abuso invernale di Activia e Kellogg's Special K ha giovato all'apetto degli individui di sesso femminile: le ragazze, e in generale le donne, sono molto più in forma degli uomini.
C'era questo tizio di una tristezza assurda, bianco come una fetta d'Auricchio, disteso in posizione fetale sulla sdraio nel mentre di una "pennica" (anche denominato "riposino pomeridiano")-- Era.. Era davvero un'immagine sconsolante ;_;

Anche, è incredibile quanto la gente sia "vestita" al mare: io avevo il mio costume (rigorosamente intero), un paio di pantaloncini e l'asciugamano; il resto delle donne si era portato dietro un mini bazar fatto di cappelli, occhiali, parei, vestitini e altra gadgettistica da sfoggio.
Sulla spiaggia c'era un "vù cumprà" munito di carretto che vendeva vestitini: le donne volteggiavano intorno al tipo come avvoltoi su una carcassa di antilope.
Ce n'era un altro che cercava di attirare masse di bambini con degli aquiloni e girandole.

--LE GIRANDOLE!!!

Mi sono sentita nostalgica-- Volevo comprarne una ma non avevo soldi ;_; La prossima volta l'avrò! Voglio attaccarla alla finestra e fissarla nei giorni di pioggia.
Oh my, HOW LYRIC!!!

Uhm, che altro-- Ah, sto organizzando un viaggio in Giappone con dei colleghi ma ancora non ve ne parlo per scaramanzia, e il mio computer è morto.
Da Agosto gravito sul portatile di mio padre, che come potete immaginare a livello di software e hardware non è un granchè, quindi pausa artistica.
Per ora vado, a risentirci presto con le mie emozionanti avventure.

..Ora che ci penso vi avevo promesso di grandi trasgressioni ma vi ho raccontato solo del mare... Il resto l'ho dimenticato scrivendo.
LOL.

Suppongo che non fosse importante.

24/05/10

Il minimo indispensabile.

--Quando mi ricordo di comportarmi da brava cristiana e concedo al parroco di sciorinargli i soliti tre peccati che commetto da quando mi sono confessata la prima volta, mi capita spesso di venir rintuzzata moralmente perchè "prego" solo prima di andare a dormire.

Secondo me, pregare prima di andare a dormire è abbastanza ovvio: la mattina non sai neanche di trovarti al mondo prima che suoni la sveglia, durante la giornata si è presi da attività inutili e, beh, la notte sei solo con se stesso, e prima che passi Morfeo a portanti nel suo Campo delle Bianche Cipolle, come non avere a che fare con il seccante raziocinio..?

Come stasera, quando dovrei godermi il meritato riposo visto che dovrò svegliarmi tra *uhm* circa sei ore per andare a lavorare, e invece sto qui a bloggare dopo mesi di latitanza perchè continuo a pensare alle sventure nel mondo, e a quanto sono fortunata io ad essere sana e civilizzata e a pensare che no, non è possibile che la normalità sia così una gran cosa, se per la maggior parte del tempo non ci si rende neanche conto di essere incredibilmente fortunati con questo "minimo indispensabile" che ci garantisce di vivere.

E così-- Ti adoro, mio Dio, e ti amo con tutto il cuore. Ti ringrazio di avermi creato, fatto cristiano e conservato in questo giorno. Perdonami il male oggi commesso, e, se qualche bene ho compiuto, accettalo. Custodiscimi nel riposo e liberami dai pericoli. La tua grazia sia sempre con me e con tutti i miei cari.

Eh, Don Massimo... Il minimo indispensabile è già una gran cosa.

30/12/09

Intervista a Dae pt.II, una "Manga Research"

Mhhh, due post in due giorni, ma non vi starò ubriacando con la mia saccenza..?
Comunque, qualche mese fa sono stata contattata da un utente su y!G con la richiesta di essere sottoposta a qualche domanda in qualità di persona informata sui fatti per la compilazione di una tesina.
Il tema era "Possono gli artisti manga non giapponesi essere chiamati mangaka nonostante questa definizione non faccia parte della loro cultura?", e la Dae in uno sfogo di puro narcisismo, vi pare che non si sia gettata sull'occasione come una faina su un pollastro?

Rendo nota l'intervista su queste pagine, bonariamente tradotta dalla lingua di Albione, perchè credo sia un argomento interessante che meriti di essere trattato su queste pagine (e soprattutto perchè si parla di me).

1) Prima di tutto, qualche informazione su di te. Scrivi nome, età, nazionalità e (in breve) i lavori che fai/hai fatto e le influenze che ti hanno spinto a disegnare manga.
Il mio alias su internet, il posto dove sono più attiva, è Daeva-kun, ho 28 anni e vivo in Italia.
Ho rilasciato svariati doujinshi autoprodotti, alcuni sotto forma di rozzi schizzi mentre altri appropriatamente stampati su carta e recentemente ho iniziato a mettere da parte materiale per la creazione di un artbook/portfolio.
Beh, da quando ero bambina ho sempre preferito l'intrattenimento giapponese alle produzioni occidentali: ero attratta dai personaggi memorabili e i suggerimenti sulle varie "morali delle storie"; mentre la produzione di Hanna&Barbera & Co. era principalmente basata su avventure prive di significato e pessimo humor, serie come Sasuke (Sanpei Shirato), Minashigo Hutch (Tatsuo Yoshida) o Princess Sapphire (Osamu Tezuka), pur essendo ancora destinate a un pubblico infantile, raggiungevano livelli incomparabili per storie e tematiche affrontate. --C'era abbastanza spazio per far nascere una passione, lì.

2) Consideri te stessa una mangaka o una fumettista? Perchè?
Sono propensa a considerarmi una mangaka, visto che il mio stile è stato influenzato per lo più dalla cultura anime/manga e uso metodi editoriali tipici di una certa sotto-cultura giapponese (mi riferisco ai doujinshi e altri fanbooks, un prodotto tipicamente editoriale basato sull'autoproduzione... E' la stessa cosa di una fanzine, ma il prodotto finale è un vero e proprio fumetto autoprodotto, senza il supporto tecnico-commerciale di una casa editoriale... E' semplicemente l'artista e il suo bisogno di espressione e condivisione)... Ma probabilmente una simile differenza dal punto di vista terminologico non dovrebbe esistere in primo luogo.

3) Credi che i manga creati da persone non giapponesi devono chiamarsi "manga"? Perchè?
Mhhhh, non so, ma suppongo di sì.
I manga sono compilati seguendo certi canoni: l'uso del bianco e nero e dei retini, una varietà di stili artistici e una certa "libertà" nell'impaginazione delle vignette.
Sono solita pensare che un artista che si avvalga di tali metodi espressivi sia considerabile come un mangaka.
Ma dopotutto, gli artisti coreani usano il termine "manwha" per i loro manga, mentre quando Tezuka decise di prendere in prestito il termine "manga" per i suoi fumetti lo ha fatto tenendo in mente la lezione di Walt Disney piuttosto che quella di Hokusai.
Suppongo che lo "stile manga" si sia sviluppato in Giappone, ma non sia stato mai considerato in termini così "nazionalistici" così come è stato ricevuto in Occidente... Quindi, come ogni stile artistico, è perfettamente esportabile (ad esempio, non credo che pensiate che solo i francesi sappiano produrre arte impressionista o solo i tedeschi dipinti espressionisti)...

4) Cosa rende un manga giapponese secondo te? Cosa no?
Vedi la risposta precedente.
Ma ancora, io suppongo che i giapponesi utilizzino il termine "manga" per riferirsi ai "fumetti".
Usano il bianco e nero perchè è più economico e sono fissati con gli occhioni grandi perchè cercavano di copiare il Topolino di Disney o la Betty Boop di Fleischer.
Tutto è iniziato come "la stessa cosa", e in seguito gli autori giapponesi hanno sviluppato questo canovaccio in quello che definiamo "giapponese".
Mentre i fumetti occidentali cercano di diventare più e più realistici, abbandonando questi elementi parodici o "carini" dei loro inizi, i manga si sono concentrati sempre di più su un certo gusto per lo "stile" tenendo in mente queste loro immature influenze iniziali.
Credo che mentre i fumetti tendano a ritrarre realisticamente concetti fantasiosi (i supereroi), i manga tendono a fantasticare su concetti comuni (i ragazzetti che giocano a pallone calciando palle infuocate che bruciano le mani del portiere attraverso i guanti)...

5) Ti "senti giapponese" quando disegni manga?
Assolutamente no.
Sono italiana e mi sento italiana, europea e occidentale.
Sto semplicemente prendendo in prestito uno stile che trovo più espressivo e intrigante di altri.

6) Hai avuto esperienze dove la tua scelta di disegnare con uno stile manga sia stata commentata in maniera negativa/positiva da membri della tua stessa cultura/paese in relazione al fatto che non sei giapponese? Hai ricevuto commenti in proposito da persone giapponesi?
Sì, ma non per il fattore nazionale, le persone tendono a sottovalutare i manga perchè suppongono siano deformi ed esagerati se paragonati all'arte occidentale.
Manga/Anime sono solitamente relazionati all'intrattenimento per bambini o al porno inquietante.

7) Alcune persone sostengono che qualcuno che riprende qualcosa da una cultura differente per farla propria, sia un "copione" piuttosto che un artista autentico.
Credi che questo si applichi anche alle persone non giapponesi che disegnano manga? Perchè/Perchè no?

Non ho mai capito questo genere di critiche. Il prodotto di una sensibilità individuale è sempre autentico.

8) Avresti qualcosa in contrario se usassi qualche tuo lavoro come riferimento visuale nello studio?
Vai pure XD
(ndD: Spero non usi roba porno...)

29/12/09

Dell'inevitabilità del caso

Iniziamo questo post elencando le gravi mancanze di chi vi scrive nel suo ruolo di blogger; ho mancato di commentare fatti politici salienti accaduti recentemente, non vi ho impartito il classico post educativo sullo spirito natalizio, ho saltato il compleanno di questo blog (caduto il 19 Dicembre 09) e non vi ho neanche intrattenuto sulle bellezze dei cenoni festivi... Sono ancora in tempo per farvi gli auguri del nuovo anno, ma conoscendomi, dubito che ve li farei in ogni caso.
Così, dopo questa disonesta abluzione di coscienza, andiamo al sodo di questo post.

Non ci crederete mai, ma ho finito di leggere Haru no Yuki (Neve di Primavera) by Yukio Mishima.

Sì, lo so... Stento a capacitarmene io stessa.

Comunque, il romanzo tratta delle vicende borghesottemente amorose del giovane Kiyoaki, giovane di splendido aspetto ma dal carattere apatico e sprezzante, rampollo di una famiglia samurai convertitasi allo status "nouveau-riche" con la riforma Meiji, del suo assurdamente tormentato rapporto con la bella Satoko, amica d'infanzia e figlia unica del nobile casato degli Ayakura, delle idiosincrasie di un giappone che pensa che "Occidentale è bello" e amicizie virili, intrighi di palazzo, OH! Quanta carne al fuoco!
Aldilà del tragico minestrone, cotto nel sontuoso stile della narrativa ottocentesca inglese che tanto solletica la scrittura di Mishima, fatta di sofisticate terminologie ed evocazioni visuali di prim'ordine, i punti cardinali per un'interpretazione che superi la mera constatazione "Occidente vs Oriente", vanno trovate nelle riflessioni di due personaggi di questo romanzo: il devoto amico Honda e la severa badessa di Gesshu.
Non a caso Honda è annoverato tra i personaggi principali sebbene le sue apparizioni siano poche e il suo ruolo nella vicenda relativamente pregnante, tuttavia le sue riflessioni sono fondamentali nella comprensione del libro.
In quanto aspirante giurista e figlio di un giudice, Honda passa molto tempo leggendo testi giuridici stranieri; dopo la passione inculcatagli dal padre per il diritto tedesco, il giovane "rinfresca" le sue aspirazioni con lo studio del Codice di Manu, antico testo di natura politico-sociale indu, esposto sotto la forma di dialogo tra il semidio e un gruppo di saggi.
Non mi soffermo sui contenuti del Codice di Manu perchè ne so quanto voi, mi limito a sottolineare ciò che ne trae Honda, e perciò lo stesso autore, nel libro stesso.
Il confronto è col diritto romano, o comunque occidentale, e queste "leggi caratterizzate da mirabile spontaneità: mentre il sistema di pensiero occidentale pungola le corrispondenze tra microcsmo/macrocosmo, Manu suggerisce una visione più unitaria del mero generale/particolare, indicando come sostanza unificatrice il concetto di trasmigrazione delle anime: il raziocinio dell'uomo ha ben poco potere rispetto alle leggi cosmiche inaccessibili (vi rimando ai miei post su La Fenice di Tezuka per un ulteriore raffronto) regolate dal divino, laddove il divino è un concetto decisamente estraneo alla natura umana, nonostante ne sia quotidianamente vivificato.

L'uomo capace di tenere a bada la parola, il corpo e la mente nei confronti di ogni essere vivente, l'uomo che sappia tenere a freno i suoi desideri e la sua collera, perverrà al pieno conseguimento di se stesso. A lui competerà la totale liberazione."

Il raziocinio occidentale è qui sostituito da un più schietto concetto di obedienza orientale. Il che non significa necessariamente mortificare la propria individualità (come fa paradossalmente Kiyoaki nel negare i suoi sentimenti), ma sostanzialmente "arrendersi" davanti l'inesplicabilità di certi avvenimenti (come non fa Honda nella ricerca di una spiegazione) e attenersi alla Legge per evitare almeno infezioni karmiche.

Laddove Honda fantastica e ci ammalia con le sue discussioni profonde ma ingenue, la badessa ci soffoca con aneddoti e informazioni lì per lì slegati dal contesto della trama, ma fieramente ancorati al corpus metaforico del romanzo e della tetralogia.

Il suo primo intervento è quello della parabola di Yuan Hsiao e della bevutina notturna da un teschio umano; incosciente del fatto che il suo calice fosse un teschio umano e la deliziosa bevanda che lo sollazzò durante la sete notturna l'acqua ristagnatasi al suo interno, una volta fattasi mattina ed avendo sotto gli occhi il corpo del misfatto, il povero Yuan non potè far a meno di vomitare e sentirsi male.
La Coscienza di Sè è segnalata nel buddismo come il primo strumento di conoscenza e al tempo stesso il più basso e fuorviante: le sue basi sono il desiderio, e le distinzioni che compiamo nel raggiungerlo; quando questa coscienza di sè è soppressa, possiamo accontentarci di bere acqua stantia da un teschio, e farcela persino piacere. Il disgusto infatti nasce dalla consapevolezza che il teschio appartenga a un cadavere e non alla sua legittimità di recipiente.
Il secondo intervento della badessa appare sul finale; durante l'ultima udienza concessa a Honda sull'argomento Kiyoaki/Satoko, ne approfitta per intossicare un demoralizzato Honda con una dissertazione sul concetto di casualità secondo la dottrina Hossu.
La badessa parla dell'Alaya, che condivide lo status di "forma di conoscenza" con la Coscienza di sè, o Mana, ma fa parte di un livello molto più alto e misterioso di percezione, che si ritrova nel concetto di "durata".
L'Alaya è paragonata a un fiume che scorre in continuazione e la sua interazione con una tale Legge di Polluzione (non chiedetemi cosa sia...Sta di fatto che sembra avere il potere di "interrompere" il flusso dell'Alaya creando il concetto di "tempo") fa sì che si creino delle "microfratture" nella "rete d'Indra" (l'ineluttabile destino degli uomini) identificabili come "casualità" in quel determinato "attimo esistente" appena formatisi.
Ecco quindi che il destino dell'uomo è un continuo spezzarsi e spezzettarsi, un frammentarsi di fili che tuttavia compone la resistente rete che avvince l'uomo nella sua corda.

Non credo sia un caso che Mishima metta a confronto questi personaggi molto insistentemente.
Nel primo caso della parabola del teschio, è Honda a fantasticare e lasciarsi incuriosire dal suo messaggio, cercando di coinvolgere l'amico perso in ben altri problemi esistenziali (ed è anche divertente che il lettore sia più affascinato egli stesso dalle turbe di Kiyoaki piuttosto che dalle riflessioni di Honda-- A discapito del messaggio stesso del libro, ovviamente), mentre il secondo fa parte di una sorta di "epilogo intellettuale" del libro, dove la devozione di Honda per Kiyoaki e la premura della badessa per Satoko si danno ultimamente battaglia-- E ovviamente vince "l'avvocato" il cui cliente è più "puro", ovvero la badessa, che spinge Honda a uno sbrigativo ma compito ossequio.

Rileggendo il libro in questa ottica, si vede quanto questi temi siano pregnanti e distintivi nella vita dei personaggi: il protagonista, Kiyoaki, vive la sua vita all'insegna del capriccio, salvo poi trovarsi invischiato in questi "innocenti desideri" che concederanno finalmente una "vera felicità" al suo essere ma lo porteranno anche alla disfatta finale a causa della sua ostinazione e del fin troppo accentuato egoismo... Tante piccole microfratture nel corso naturale delle cose (l'amore per Satoko) porteranno il giovane a trovarsi il destino che si merita, ma lo renderanno anche cosciente di una cosa, la sua prossima incarnazione, di cui rende prontamente partecipe l'amico Honda durante il delirio febbrile.

Considerazione a parte voglio dedicarla al titolo del libro; i momenti salienti della vita di Kiyoaki avvengono durante delle vitali nevicate primaverili (nello specifico, nel mese di febbraio).
Nella prima, Kiyoaki concede a Satoko un incontro in carrozza, dove i giovani si scambiano un appassionato quanto profondo bacio, segnando l'inizio della loro relazione dal punto di vista felicemente carnale.
Nella seconda, Kiyoaki si trascina febbricitante al monastero di Gesshu nella speranza di poter incontrare Satoko, ma ricevendo totali e assoluti rifiuti.
Cosa rappresentano queste nevicate-- Forse l'interazione tra Alaya e Legge della Polluzione, o forse qualcosa di più viscerale e profondo? in entrambi i casi, Kiyoaki è spinto da una forza vitale e una passione a lui finora sconosciuti, una determinazione che quasi commuove il lettore.
Il retro di copertina del libro dell'edizione italica recita: "Il manto gelato della neve maschera sotto una purezza transitoria il male profondo della vita".
La scelta di questa frase di "male profondo della vita" è piuttosto singolare, ed apre degli interrogativi sè stessa. C'è infatti qualcosa di fondamentalmente sbagliato nel vivere? O quello che Mishima vuole condannare qui è davvero semplicemente un "certo" modo di vivere..?
--All'autore delle note nel retro copertina l'ardua sentenza!

Chiudo questo post con una mini-chicca, un "sunto" di un film del 2005 basato proprio sul libro di Mishima; è interessante per visualizzare i personaggi, l'algida bellezza di Satoko e i deliziosi gakuran di Kiyoaki e Honda *squeee!*
Naturalmente il footage si concentra sull'aspetto romantico della faccenda, ma il tutto è comunque molto gradevole...

14/12/09

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05/12/09

Aaaah--

Ho appena finito di vedere The Hours su Rai4... Un bellissimo film, mi piace come abbia saputo cogliere le sfumature dell'animo femminile... Tuttavia, non riuscirò mai a capire o simpatizzare per i personaggi mentalmente instabili.
Quoto completamente le impressioni di Leonard: per me, si tratta per lo più di ingratitudine. L'impressione che ho sempre avuto da questi soggetti è che si crogiolino nel loro sconforto, presupponendo che questo li renda-- Non so, più sensibili degli altri? Cosa credono che si nasconda dietro il disprezzo dei sani, se non un'eguale fuga dalla sofferenza?

Mi piace compiacermi di me stessa.
Mi considero una persona relativamente "animalesca", che riconosce tra i vari ma superficiali aspetti della propria personalità solo la paura come unica minaccia a uno stato d'animo sereno.
Io sono molto fiera di me.
E se credete che una persona "sana" non comprenda la natura della vostra sofferenza-- Beh, siete davvero molto stupidi oltre che patetici.